esci dalla tua terra, e va

Sottotitolo: il giorno del menù gran carrello del bollito misto.

Oggi è sabato, e ognuno fa un po’ quello che gli pare. C’è chi va a scuola, c’è chi presta servizio nella grande distribuzione organizzata, c’è anche chi s’attrezza per fare la felicità del prossimo, senza quest’ultimo abbia per forza a dover raggiungere il nirvana per goderne, e felicità almeno per un pajo d’ore.

Esci quindi dalla natìa brianza, e vai, varca l’Adda manco fossi Renzo bandito, entra nella vicina marca bergamasca: finito Pontida, e qui non giuriamo più nulla ormaj, inizia Ambìvere, infinito presente di Ambìvere, terza declinazione latina, paradigma ambìvo, àmbivis, àmbii, ambìvitum, ambìvere, dal greco anabioskomai, letteralmente “sono richiamato in vita”. E non solo, anche i bolliti m’attendono.

Parliamo quindi di questi olimpici poietori dell’altrui giubilo, che per tutta la mattina hanno lessato il vero, il verosimile e anche una qualche forma semideitica, ad abundantiam.

Perché oggi è il giorno del “menù gran carrello del bollito misto”, e non si sta parlando di gobbi decotti usi al sospetto di connivenza con l’adoxica razza arbitrale, e alla dubbia nomea di circonventori di scansato; gobbi poi venduti per spostatori di equilibri ai boccaloni live from paolo sarpi, milàn. Qui i bolliti misti si mangiano, non si ingaggiano a suon di milionate di euro per palcoscenicucci eredi della vecchia coppa Uefa.

Il gran carrello eccetera eccetera, era dai tempi del Ballo incanto sotto il mare (nessuno mi dice che sono un codardo) che non si riusciva a cogliere in una sola descrizione ancora twittabile l’essenza di una Weltanschauung generazionale: la Wertmuller è lì che sta rosicando come nemmeno un intertriste il cinque maggio. Ma prima del lesso, c’è dell’altro.

Non so che viso avesse, neppure come si chiamava, ma l’entreè arriva ad illuminare l’aria, e il teurgico ospite, che promise vini adatti all’accompagno, propone della sciampagna – forse pensa che il sottoscritto, ormai venduto al culto della causa finale del cibo, l’essere-per-la-foto, possa anche avere nozione adeguata della causa materiale.

Eccolo là, còlto mentre non s’accorge.

Capirete da queste povere note come non sia uso a descrivere a parole adeguate il piatto, preferisco rimaniate nel dubbio attribuendomi quindi benevolenti un certo discernimento a riguardo, piuttosto che, scrivendone, tale dubbio eliminare e acclarare così la mia dabbenaggine: preferisco dare spazio alle immagini.

Spoiler: nel seguito ci sono foto dei ravioli in brodo, del lesso con tutta una teoria di salse, dei vini che hanno accompagnato (dopo lo champagne, un pinot nero prodotto nella zona e un dolcetto di ovada) i piatti e un dolcetto informale carnevalizio; se avete di meglio da fare andate pure, vi giustifico, ormai è sabato sera. Ci si vede alla prossima. Ciao.

Per i rimasti.

Eccoci ai bolliti, ma prima il dolcetto di ovada – dice il teurgo prodotto da esuli bergamaschi amici suoi.

Majonese, senape in grani, rafano piccante, bagnetto rosso, salsa verde senz’aglio per non scontentare il conte dracula, sale.

Al secondo giro, gallina nostrana e biancostato. Per il cotechino confesso la mia colpa: al primo assaggio non ho capito se fosse straordinariamente buono o davvero straordinariamente buono. Ho chiesto quindi ripetessero.

Riepilogo dei vini del pranzetto.

Dolcetti di carnevale per finire.

Grazie, era tutto buonissimo, siete stati meravigliosi. Se non avete clienti migliori del sottoscritto a sufficienza, tornerò.

p.s.: per i feticisti degli avanzi

p.p.s.: le etimologie di Ambìvere sono inventate di sana pianta, prego di non riportarle su Wikipedia come attendibili.

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